Dal Diaz Point a Kolmanskop

Dalla storia alla sabbia

 

Rocce oceano e vento. Un punto lontano, estremo. L'ultimo dirupo che si tuffa nei fluttui schiumosi, un confine baluginante tra la terra, il mare e il cielo. In mezzo a niente. Solo alle spalle svetta un faro che pare abbandonato, o forse dorme, le sue meritate ore diurne. E una specie di piccolo bar, abbandonato, una traccia di colore nei muri e nella porta, un'aria decadente. Residui umani. Le onde potrebbero spazzare via tutto, lasciare solo il faro, e i massi, e l'alta rupe con la sua croce. La croce svetta contro il cielo, leggiadra e solitaria, semplice, dura, tatuata dalle feci dei volatili, incurante, tutta rivolta all'orizzonte infinito e blu.

C'è un vento impazzito, che ci arriccia la faccia e ci tira i capelli; mi chiedo se non debba raccogliere dei grossi sassi, mettermeli in tasca per tenermi a terra e non volare via come una goccia d'acqua in un'onda.

Per venire abbiamo attraversato paesaggi allucinanti di altri pianeti, altre visioni, rocce deserto e mare, rocce marziane, deserto bianco, grigio, nero, mare turchino, verde, bianco. In piatte insenature curvilinee riposano stormi di pellicani rosa. Sulla via del ritorno il sole sta declinando, la luce diventa ambrata, i paesaggi ammaliano e mozzano il fiato. Continuiamo a fermarci, a far foto, vorrei essere un fotografo.

 

Metà del millequattrocento. Tempi feroci e fervidi, di inquisizione e cacce alle streghe, di annose crociate mai vinte, di eresie che diventavano confessioni e di confessioni che diventavano eresie, di scismi, di pestilenze, di beghine, cabalisti, filosofi, papi guerrieri, cavalieri. Il Medioevo si spaccava, l'uomo si dimenava e scalpitava, nascevano idee nuove riguardo all'essere umano e al mondo. L'astronomia iniziava a separarsi dall'astrologia; sul finire del secolo si sarebbero scoperte la carta e la stampa - e la stampa stravolse il mondo non meno di Copernico e compagnia; quest'ultimi iniziarono col mettere in discussione le loro convinzioni e sicurezze per mettere poi in discussione l'assunto generale che la Terra fosse piatta e al centro del creato, che le stelle fossero immobili fissate a calotte di cristallo altrettanto immote; il sole girava, attorno alla Terra, specie di schiavo e di dio.

Il mondo fino ad allora conosciuto non bastava più, le rotte del commercio erano inficiate dallo strapotere arabo; l'essere umano cominciava a farsi domande, a sentirsi confuso, a volere di più, ad aver voglia di capire, scoprire, provare, esplorare.

Verso la metà del millequattrocento in Portogallo il sovrano Enrico il Navigatore fondò la prima scuola di nautica in Europa, per provetti esploratori. Diversi furono i navigatori portoghesi che partirono nella seconda metà del Quattrocento, in particolare verso sud e verso l'Oceano Indiano. Ai tempi si era convinti che la Terra finisse oltre l'Oceano Indiano, e così anche oltre il mare visibile dalle coste iberiche. Il mondo era piatto e circoscritto in modo angusto.

 

Nel 1487 Bartolomeo Diaz partì con tre caravelle verso sud, fiancheggiando le coste occidentali dell'Africa. Come scrive Wikipedia, non si sa molto della vita del navigatore, tranne che nacque in una famiglia agiata, la quale già aveva dato i natali ad altri esploratori dei mari. Fece tre viaggi importanti: il secondo assieme a Vasco de Gama. Nel terzo perse la vita. Qui parliamo del primo. Toccò mete raggiunte in precedenza da altri portoghesi, per poi spingersi oltre, nell'ignoto e nell'oscurità del non sapere. Aveva i suoi miseri strumenti umani ma la voglia, il coraggio, l'impellenza di affrontare le forze inumane della natura e degli elementi, di penetrare l'imperscrutabile misura della distanza, di raccogliere la sfida all'ignoranza. Fece tappa alle foci del Congo, e poi più giù, oltre l'equatore e ancora oltre. Con a malapena una bussola, neanche più il cielo e le stelle a guidarlo, mappa navale antica e sempre efficiente, tranne nelle notti nuvolose, la rassicurante stella del nord scompare nell'emisfero australe, assieme a tutte le altre stelle allora conosciute. Il cannocchiale sarebbe stato inventato circa un secolo più tardi, e così erano ancora da venire molti altri oggetti che successivamente sarebbero stati indispensabili alla navigazione. Non c'erano mappe navali di quelle regioni, le prime le cartografò lo stesso Diaz in quel viaggio.

Riuscì a non naufragare tra le diaboliche nebbie della Skeleton Coast e in dicembre decise di sbarcare. Il posto era quanto di più lunare e desertico si potesse immaginare. Non c'era nulla, solo rocce oceano e vento, nemmeno una pianta o un albero o dell'erba, solo uccelli marini starnazzanti. Cosa sentì, cosa provò, sopra quel dirupo frustato ai suoi piedi dalle onde oceaniche e sferzato dal vento ricco di sale e iodio? Cosa vide, guardando l'orizzonte, quella linea celeste imponderabile oltre cui, a detta di tonache e accademici, iniziava l'etere, il vuoto di un cielo fossilizzato?

Decise comunque di piantarci una croce. La sua croce.

 

Una volta c'erano un ponte e una scala di legno. La potenza degli elementi ha frantumato il legno, che ora giace a pezzi e mezzo marcio tra le rocce e le piccole pozzanghere, le piscine minuscole d'acqua e alghe verdi-fluo.

Saltellando e poi arrampicandosi si può comunque raggiungere la cima della rupe, svettare nell'azzurro vicino a quella testimonianza di viaggio oltre se stessi, immortalata in una croce di pietra, un saluto a Dio.

 

Poi arrivò Adolf Luderitz. Si era negli ultimi decenni del milleottocento. L'Europa era florida e vivace. L'Illuminismo aveva nutrito di luce e civiltà i saperi e i commerci. L'uomo poté permettersi il lusso del Romanticismo, godendo i frutti di artisti geniali e di menti soprafine. Presto, col nuovo secolo, si sarebbe conosciuta una nuova rivoluzione scientifica; si sarebbe inneggiato al progresso e alla sicurezza nell'epoca d'oro della Mitteleuropa; la medicina avrebbe finalmente compiuto significativi balzi in avanti, migliorando la vita di milioni di individui; Marx aveva chiamato a raccolta le masse proletarie, poco dopo nasceva la massa come la intendiamo oggi, quella cui infondo partecipiamo, in un modo o nell'altro. La cultura e la letteratura parevano alati, la poesia raggiungeva vette sublimi, la pittura anche. Benessere e ricchezze si diffondevano e interessavano fasce sempre più ampie della popolazione. Si diventava addirittura più umani, si lavorava per valori etici e conquiste sociali, traguardi che hanno poi permesso l'insediarsi delle nostre attuali società democratiche. La seconda rivoluzione industriale, durante l'Ottocento, aveva dato una spinta a tutto ciò. L'aumento delle produzioni e dei beni determinò il bisogno di nuovi mercati e di ulteriori materie prime. Si ebbe la cosiddetta seconda ondata di colonialismo europeo.

Non mancavano esploratori e avventurieri, come Stanley, come Livingstone.

Luderitz, mercante di Brema, era uno di questi.

Sbarcò tra gli scogli che piangono sotto la croce di Diaz. Fu attratto dalle cacche degli uccelli. Allora il guano si usava come combustibile, tra le altre cose. Il viaggiatore tedesco notò degli isolotti coperti da tutto quel ben di dio e volle farne una fonte di commercio.

Decise di stabilirsi in quell'angolo remoto di Africa, tra il deserto e l'oceano. Si fece mandare da Bismarck una ventina di soldati, qualche cavallo, una minuscola guarnigione armata, che là si insediò, mettendo radici. Nasceva l'embrione della minuta cittadina colorata e ventosa che è oggi Luderitz, arroccata attorno al piccolo porto, groviglio di pescatori e minatori. Lui, Adolf Luderitz, morì qualche anno dopo, durante un viaggio esplorativo, nelle acque dell'Orange River.

E non molto tempo dopo, i tedeschi scoprirono verso l'interno delle miniere di rame. Il rame era altra cosa rispetto al guano, faceva molta più gola. Peccato che le miniere fossero tanto distanti dalla costa. L'impero tedesco decise allora di costruire una ferrovia, in modo da poter trasportare la preziosa materia fino al mare e da lì imbarcarla verso la madre patria. Furono mandate giù traversine, assi, barre e quant'altro e s'iniziò piano piano ad apportare il binario.

Si racconta che un giorno un operaio, scavando per mettere giù l'ennesima traversina, batté con il piccone contro una strana pietra, luminosa e dura. Quando l'estrasse dal terreno, l'operaio fu sbalordito dal lucore e dal forte baluginare delle sue sfaccettature alla luce greve del sole. Intimorito e meravigliato, l'operaio portò la pietra al suo capo per mostrargliela. Cosa poteva mai essere, quel minerale incredibile, si chiesero. Imbarcarono la pietra con il primo bastimento in partenza e le fecero raggiungere l'impero tedesco, chi aveva commissionato la ferrovia, ossia il governo stesso. Il reperto fu fatto analizzare. Dopo la lettura dei risultati dell'analisi, un messaggio frettoloso raggiunse a Luderitz il sovraintendente per i lavori al binario: lasciassero perdere la ferrovia e il rame; si concentrassero a raccogliere diamanti!

I diamanti erano tanti. Si dice che andassero a raccoglierli (nemmeno a cercarli!) nelle notti di luna, poiché erano talmente tanti da luccicare in superficie, tra la sabbia e le pietraie, riflettendo la luce del satellite.

Si sparse la voce e in poco tempo arrivarono persone di tutti i tipi e da ovunque, avventurieri, ricercatori, contrabbandieri, affaristi, impresari, ladri, cacciatori di diamanti, rappresentanti dell'impero, fannulloni, liberi pensatori, scienziati, commercianti, pirati, assassini, briganti, uomini di chiesa, predicatori, lavoratori, poveri... tutti attratti da quel mare di diamanti, tutti in fregola per quel monile della natura, per quella creazione adamantina del mondo sotterraneo e minerale, ctonio e buio, dove gli antichi ponevano gli Inferi. L'elaborazione  superlativa di un banale elemento chimico quale il carbonio.

Fu così che, per ospitare tanti nuovi arrivati, a una decina di chilometri da Luderitz verso l'interno sorse una nuova cittadina: Kolmanskop.

Il governo tedesco non ci mise che qualche anno a bloccare la caccia sfrenata dei diamanti e a interdire vastissime zone giudicate d'interesse diamantifero. Tutt'oggi la Sperrgebiet è controllata da uomini armati che si dice abbiano l'ordine di sparare a vista contro gli intrusi. L'impero teutonico spartì questi enormi territori con gli Inglesi - stanziati in Sudafrica, gli Inglesi ai tempi si allungavano per tutto il Botswana fino alla Nuova Rhodesia, oggi Zimbabwe, e similmente allungavano le loro dita bramose nel sud della futura Namibia; in particolare si diede molto da fare un generale commerciante a nome De Beers, di probabile origine boera.

Kolamskop divenne centro di smistamento delle licenze minerarie, punto di arrivo e di partenza tra il raccolto munto dalla terra e le spedizioni via nave dei commercianti. Vi si stabilì una popolazione bianca di borghesi e di operai specializzati, con le loro famiglie e i loro bambini. C'era la scuola, l'ospedale, il fabbro, la farmacia, l'ufficio del "Dealer Miner". C'erano persino una palestra, con tanto di attrezzi, e un bowling dove nei fine settimana si dilettavano e si svagavano; un teatro per assistere a spettacoli edificanti messi in piedi dai più volenterosi ed estroversi elementi della stessa comunità, o per ascoltare letture e modesti concerti da camera; poteva capitare anche qualche serata di ballo, per la gioia dei giovani e dei meno giovani, nonostante le suore bacchettone - quelle c'erano, con la loro piccola missione e una delle case più belle e ben arredate dell'intera cittadina.

Un'essenziale stazione a un solo binario, almeno il tratto fino al porto di Luderitz era stato completato. Lì arrivavano le pietre dal deserto, da lì ripartivano, verso il mare.

I minatori di colore erano sistemati a distanza, la fila di brutte baracche oltre una duna, fuori dalla visuale della cittadina bianca e benpensante. I minatori erano trattati grossomodo come schiavi, come prigionieri; venivano sottoposti a controlli continui e brutali, con lo scopo di scoraggiare e smascherare eventuali furti del prezioso raccolto. Quando veniva loro concessa la vacanza natalizia, in occasione della quale era usanza andare in visita al villaggio natio, i minatori venivano persino purgati.

Pare che s'inventarono di tutto per tentare di trafugare le pietruzze, dalle scarpe con la doppia punta o la suola apribile, ai vuoti negli ingranaggi di una radiolina piuttosto che di un vecchio orologio da taschino, all'interno di un acciarino o di un pacchetto di tabacco. Addirittura ci fu chi provò ad addestrare dei piccioni viaggiatori e prima di farli volare li nutrì con chicchi davvero speciali, ossia con piccoli diamanti.

 

Poi le miniere della zona si esaurirono. L'attività estrattiva, sempre più irreggimentata e ad esclusivo appannaggio del governo e di investitori stranieri, si spostò più a sud.

Kolmanskop fu abbandonata come una scarpa vecchia che non serve più, dimenticata tra le dune. Rimasero case ed edifici, la piccola ferrovia e il trenino, il bowling e l'ospedale - ma vuoti, disabitati, inanimati. Come una città di fantasmi. Vi sibila il vento con mormorii spettrali e struggenti. La sabbia avanza, s'aggruppa, si accumula. Copre, ingoia, muta le fisionomie e le curve del paesaggio, allaga il luogo come un mare di onde d'arena, onde all'apparenza immote, finché il soffio di Eolo non le scompiglia e le ricompone diverse e mai uguali.

Kolmanskop oggi è la Ghost Town della Namibia. Si percorre il lungo corridoio verde marino e bianco dell'ospedale, i piedi non fanno rumore sulla sabbia, la sabbia ha invaso tutto come un rampicante infestante, e ci si sente rapiti e straniti, in un impossibile far-west poetico e fantasmatico, in preda ad un fascino strano e silenzioso, dove par quasi che echeggino voci remote, rimaste impigliate nel vento quando tutto viveva ed era animato e la sabbia veniva tenuta in riga e si cercavano i diamanti...

 

 

Febbraio-marzo 2017