Lo struzzo

Gigante, comico, spaventoso

 

Un portentoso pennuto scorazza per la Namibia, dal sud a nord. Invero abita quasi tutto il Continente Nero, grossomodo dall'area sub-sahariana in giù. Nell'Africa settentrionale, secondo la denominazione scientifica, è lo struthio camelus. In base all'etimologia, gli antichi affiancarono lo struzzo al cammello, poiché, come si legge in Wikipedia, "anche lo struzzo è un vero prodotto del deserto e delle steppe".

In Namibia c'è lo struthio australis, ossia lo struzzo sudafricano. Ma sostanzialmente quello è: il più grande uccello del pianeta.

 

Non vola. Il cielo gli è precluso. Cammina, gironzola, corre. Fiero, attento, un po' buffo, eppure minacciosamente grosso. Un corpo che pare un nuvolotto nero sopra due pali robusti. Ali ampie, ma raccolte, ripiegate, come tenesse sempre le mani sui fianchi, con aria di disappunto e di severità. La coda, più un ciuffo giallastro che una coda. Il collo lungo stretto e giraffoso termina con una piccola testa, sproporzionata rispetto al corpo, quasi triangolare, un po' bitorzoluta, con gli occhi come due pietre di mica vive e animate, e il becco non troppo prominente, con due fori sulla parte superiore che fanno da narici. I lunghi trampoli terminano con due dita, tra le quali un forte artiglio è d'immensa utilità e allo stesso tempo arma letale, usato per difendersi dai predatori e nelle lotte contro i maschi. Sotto le due dita vi sono dei cuscinetti che permettono agli smisurati animali di non sprofondare nella sabbia.

Di media lo struzzo pesa ben centocinquanta chilogrammi, per un'altezza di due metri e mezzo e una lunghezza (dalla punta del becco all'ultima piuma della coda) di un metro e ottanta.

Con zampe tanto lunghe e potenti, correndo può raggiungere la ragguardevole velocità di ottanta chilometri orari. In casi eccezionali pare si siano registrati anche picchi superiori ai cento chilometri all'ora. In effetti è l'uccello che corre più veloce al mondo.

Nei maschi le piume del corpo sono nere, bianche sotto le ali e intorno all'attaccatura delle zampe; quest'ultime invece appaiono nude. Nudo anche il collo, la testa è coperta da una peluria grigio-cenere. Le parti senza piume presentano una pelle coriacea e grigiastra.

Sembra un prete con la tonaca nera, sotto la quale spunta il paramento candido del religioso. Specie durante il periodo dell'amore, quando il nero diventa più nero ed intenso. Sarà anche per l'aria vagamente distaccata e flemmatica, di uno che è in comunione con forze mistiche o occupato in pensieri spirituali, un'aria semplice, eppure superba e altezzosa, con quel collo allungato, quel naso beccuto, gli occhi mobili e scuri, così spesso intento a chinare il capo fino a terra, come si prostrasse in preghiere alla sabbia e alla savana, benedicendo nel contempo il suo pasto.

Le femmine hanno piume di un colore tendente al marrone scuro, e il bianco del maschio in loro si tinge di un grigio slavato. Al di là di queste poco vistose variazioni, l'aspetto complessivo tra i due sessi resta molto simile.

Le piume sono lunghe e leggere, penzolano in giù attratte dalla forza di gravità e fanno pensare ad un abbigliamento un po' dimesso, a un vestito liso che cade floscio e sfilacciato.

 

Durante il periodo dell'amore, i maschi assumono pose eccentriche e fanno versi strani dinanzi alle femmine, per stupirle e conquistarle, esibendosi in sonore respirazioni, piegamenti e contorsioni degni di un invasato. Un'altra pratica tipica dei maschi in calore, è credersi virili ingaggiando combattimenti con altri maschi. In compenso poi si piegano a covare le uova, le femmine vi si dedicano assai di rado.

 

Abbassano di continuo il collo tubiforme portando il capo fino al suolo perché mangiano di tutto. Si nutrono di vegetali, insetti e piccole prede. Ma ingoiano qualsiasi cosa scorgano per terra, con bulimica nonchalance, con fanatica ghiottoneria, tanto da guadagnarsi l'appellativo di pattumiera vivente "delle steppe e dei deserti". Sempre Wikipedia, riporta il caso di uno struzzo morto nelle cui interiora sono stati rinvenuti quattro chilogrammi di pattume: sabbia, sassi, monete, schegge di vetro, pezzi di plastica, pezzi di ferro, pezzi di copertoni d'auto, bulloni, brandelli di nylon, tappi di bottiglia, e chi più ne ha più ne metta.

Anche per questo si tende a pensare che sia un animale scarsamente dotato di intelligenza. Forse anche per quel suo modo di guardare, attento eppur vacuo e vano. E la testa che sembra minuta in tutto quel popò di corpo, issata in cima alla pertica del collo come una piccola parabolica grigia.

In realtà, un recente studio del 2016 sembra avere appurato che il cervello dello struzzo possiede un'intensità neurologica molto alta, superiore persino a molti mammiferi.

 

La usuale immagine "mettere la testa sotto la sabbia come uno struzzo" deriva da un effettivo comportamento dell'animale. Non che metta davvero la testa sotto la sabbia. Può però capitare che, sentendosi in pericolo, si stenda, appiattendo testa, collo, corpo e zampe al terreno, nella speranza di essere scambiato per una grossa pietra o un cespuglio. Se il pericolo si avvicina troppo, l'uccello non-volante se la dà a gambe levate, puntando tutto sulla sua notevole velocità.

 

Ho più di una foto con questi giganti: struzzo maschio, nero e serio come un sacerdote, al centro di un ampio fazzoletto verde-fluo, con alle spalle incombente il paradiso color carminio di una delle alte dune di Sossusvlei. In una distesa dorata d'erba cotta e fragrante, tre chini sull'occhio scuro di una pozza d'acqua. Un gruppo numeroso, pare quasi un gregge, attraversa la strada sterrata infinita nell'infinito del bush, zampettando con sollecitudine al rumore della jeep. Due femmine, con tre piccoli battufolosi tra i loro trampoli, nel terreno sabbioso cosparso di sassolini e pietruzze, gli occhi come pietruzze di carbone, intorno pietraie, massi, qualche cespuglio sparuto, una pianta di camelthorn solitaria.

Non che abbiano nulla di lirico o di fotogenico, gli struzzi. Eppure aggiungono una nota su un pentagramma magico. Ci stanno bene, nuvole nere sui trampoli con piccole teste su lunghi colli, ci stanno bene nelle distese desertiche, nei paesaggi di sabbia e bush, di pietre e sabbia, di pietre e bush, di strade senza fine come un unico nastro steso nell'immensità. Fanno ancora più Africa. Fanno sentire in Africa, una casa antichissima, arcana, calda e benedetta.

 

Ma avete mai visto uno struzzo da vicino? Intendo proprio da vicino.

E' tutta un'altra cosa!

 

Diventa tutto più grande. Le cosce e le gambe paiono quelle di un corridore palestrato alto tre metri. Per non parlare di quei due fettoni di piedi, con due dita come salsicciotti duri e bitorzoluti, e i corrispondenti artigli letali. Le ali sembrano forti e per niente menomate; quando si aprono, l'uccello diventa un atlantideo con indosso un mantello dalle falde aperte e burrascose. Il collo è ancora più lungo, il corpo più imponente e pesante. Persino la testa assume dimensioni più elevate e importanti.

E quel volto un po' buffo è enigmatico e poco simpatico: dietro gli occhi di mica non sai proprio intuire cosa passi, se le intenzioni siano miti o aggressive, se c'è mansuetudine o combattività, paura o voracità.

 

Siamo in un alloggio pieno di animali, in mezzo al verde della Namibia centrale. E' bassa stagione e siamo solo noi a svolgere il safari: la mia amica (prima volta in Namibia) ed io. Il ranger ci dice di salire sulla 4x4, che lui deve dire giusto due cose al manager.

Ha impiegato una decina di minuti a tornare. Ci ha poi raccontato d'essere andato a comunicare di avere appena ucciso un mamba, con un colpo di fucile, davanti alla porta del suo alloggio. Ci ha fatto pure vedere la foto del rettile sul cellulare. Prontamente chiediamo dove sia il suo alloggio; "da tutt'altra parte rispetto alle stanze degli ospiti", ci rassicura lui.

Mentre lo aspettiamo sedute nella jeep aperta, chiacchierando del più e del meno, commentando com'è giovane e carino il ranger, silenziosi e circospetti si avvicinano due grossi struzzi. Li notiamo quando sono ormai ad appena tre/quattro metri dal fuoristrada. "E questi?" chiede con stupore la mia amica. "Beh, non so", rispondo io perplessa. Loro continuano ad avanzare. Ci vedono ma non sono affatto intimoriti o intimiditi dalla nostra presenza.

In effetti non sappiamo bene come comportarci. "L'importante è non fare movimenti veloci o maldestri", spiego, saputella, ma già incerta e appanicata. I due si avvicinano spaventosamente. Sono enormi. E' questo che mi impressiona. Sono così vicini che se allungassero il collo, potrebbero beccarci con il becco che all'improvviso sembra grande e potente abbastanza per fare del male. D'istinto ci siamo alzate piano, siamo in piedi nella parte più centrale della jeep, vicine vicine, impaurite a chiederci "quanto ci mette il ranger?", "secondo te sono pericolosi?".

Personalmente non ho mai sentito di qualcuno attaccato e dilaniato da uno struzzo, o da più struzzi. Eppure hanno questa presenza fisica, un fisico che s'indovina da lottatore tenace e capace, e nel contempo gli occhi pietrosi e indecifrabili.

Girano intorno alla 4x4. Siamo completamente alla loro portata. "Non è il caso che proviamo a scappare verso l'alloggio?" chiede la mia amica. La tentazione c'è, tuttavia temo in tal modo di renderli più aggressivi: so che molti animali annusano o sentono la paura e che un tale sentire li mette in allarme, pronti a scattare e ad attaccare. "Meglio che cerchiamo di stare più tranquille possibili".

Uno dei due nel frattempo è arrivato nel retro del fuoristrada, vicinissimo al veicolo, tanto che scompare e di lui resta visibile solo la coda, a lato della jeep. Ogni tanto la testa spunta su, oltre il bordo dell'ultimo sedile e ci guarda, poi torna ad abbassarsi e a scomparire. E' comico e inquietante allo stesso tempo. Non abbiamo idea di cosa stia facendo e non abbiamo il coraggio di avvicinarci per guardare. Il suo compagno, di fianco ad un metro da noi, ci squadra e ci misura, sembra tenerci sotto controllo. Sono così atterrita che faccio a malapena due foto e poi rinuncio.

Finalmente arriva il ranger. Col cappello dà una sberla innocente alla coda del pennuto imboscato dietro la 4x4. Ci sorprendiamo nel vedere una tale confidenza, come può scherzare con una bestia tanto enorme?! "Sono abituati", ci spiega lui. "Ah ma allora non sono pericolosi!" esclamiamo all'unisono la mia amica ed io, con un profondo, liberatorio sospiro di sollievo. E poi capiamo: sul retro del veicolo erano stati posati dei fasci di erba, lo struzzo stava comodamente pasteggiando, alla faccia nostra.

 

Ora so che la nostra paura non era infondata. Il calcio di uno struzzo è molto potente, in grado addirittura di atterrare un leone o una iena. Con il suo artiglio può sventrare un essere umano in pochi secondi. Secondo Wikipedia, in Africa si stimano almeno tre attacchi all'anno di struzzi verso gli umani.

 

Africa è anche questo, alloggi ospitali e ranger carini, animali pericolosi e pennuti incredibili, piccole avventure ed emozioni di paura e di gioia - e forse è il primordiale contatto con una natura possente e primigenia a rendere ogni cosa più intensa, le emozioni più forti, i ricordi più dolci.

 

 

Aprile-maggio 2017