Africa, biografia di un continente

Un'opera di John Reader


John Reader ha compiuto un lavoro titanico e certosino, una ricerca sulle fonti monacale e accademica, una ricostruzione attenta e articolata, un'opera coinvolgente e di vasto respiro, storica, geografica, antropologica.

Parte dall'inizio - ma proprio dall'inizio. Dalla creazione stessa del pianeta. Da quando le terre emersero per la prima volta dall'onnicomprensività degli oceani. Dalla Pangea e dal Gondwana, prime vestigia del palcoscenico, passato di un teatro ancora tanto remoto d'apparire quasi improbabile, fiabesco, fantastico. Perché fu proprio l'Africa una delle prime terre emerse - non per niente si ritiene il Namib il più antico deserto del mondo. L'autore parte dal magma sotterraneo di caos e minerali e faglie che sconvolse più volte le viscere del territorio, il quale si dibatteva per nascere... Molto tempo dopo, i primi ominidi vengono descritti come poco più grandi di un gatto, non ancora eretti, pelosi - si tratta pur sempre di ipotesi, prima dell'Homo Sapiens, di Lucy, di Neanderthal... L'autore in moltissimi casi si rifà con meticolosa scientificità a ritrovamenti archeologici documentati. C'è però una sorta di buco nero tra l'ominide-gatto e i nostri primi veri "progenitori" eretti amici di Lucy, un tunnel da cui l'homo esce dritto in piedi, senza alcun indizio che possa suggerire come, lungo quella galleria, possa essere avvenuto il fondamentale, fatale cambiamento. Molteplici ritrovamenti rendono estremamente credibile che la vita abbia preso le sue mosse proprio da mamma Africa, che i primi uomini siano venuti da lì, che i primi passi umani abbiano calcato le lande primordiali, allora ancora più selvagge, senz'altro diverse da oggi (alcuni importanti cambiamenti dell'ambiente vengono descritti dallo stesso autore: per esempio, al posto del Sahara c'erano vegetazione e corsi d'acqua). "I progenitori dell'umanità si sono evoluti in Africa" è la frase con cui si apre il prologo all'inizio del saggio. Studi di genetica sul DNA ribadiscono con cipiglio scientifico la medesima conclusione. Anzi, tali studi arrivano persino a identificare una prima africana Eva terrena e un altrettanto africano Adamo, due primissimi esseri umani, dalla cui unione vennero poi tutti gli altri fino a noi; due eccezionali e primigeni figli d'Africa, ignari avi di una stirpe geniale e maledetta, destinata a compiere grandi cose (tra cui anche distruggere il pianeta stesso).

Leggendo il sottotitolo del libro, "biografia di un continente", si tende ad immaginare una trattazione enciclopedica. "Continente" poi ci fa subito pensare alla geografia, a un'estensione spaziale, dimensione orizzontale e territoriale. Invece l'aristotelismo dell'autore, più che tentare di "coprire" geograficamente tutta l'Africa, ne privilegia la dimensione temporale - la stessa d'altronde suggerita dal termine "biografia". Ne deriva una ricostruzione cronologica, mentre i molti paesi che costituiscono il Continente Nero emergono di continuo nella narrazione, o ci si vola sopra, li si attraversa, a volte veloci a volte più lenti - e tuttavia non sono oggetto di una trattazione sistematica che ne faccia di ciascuno un capitolo, un centro, un argomento. Il testo percorre il tempo, risale per vie impervie, fino a raggiungerci, ovviamente attraverso la vergogna e le ferite, talvolta ancora suppuranti, del colonialismo.

Sebbene il genere umano nasca in Africa, ad un certo punto qualcuno decide di andarsene; non si sa bene perché, comunque un tot di pionieri parte all'avventura per altri continenti, dove si diversifica, si riproduce e prospera in misura maggiore dei parenti rimasti nella patria d'origine. Una parte di questi prosperi diversificati s'impegna poi a tornare all'utero primordiale, non tanto per trasferirsi prospera e amichevole, quanto per depredare e violentare, o alla meno peggio parassitare.

Nel saggio è affrontato più di una volta il quesito riguardo al perché in Africa la popolazione sia cresciuta e abbia prosperato molto meno che negli altri continenti. Mentre, ancora ai tempi del nostro Medioevo, il Continente Nero era all'avanguardia nell'agricoltura e in altri aspetti della vita quotidiana e comunitaria, dopo secoli, i suoi progressi e la sua crescita demografica risultano esigui, a fronte della rigogliosità di altri "settori" del mappamondo, dall'India all'Europa, per dirne un paio. John Reader d'altronde ci ricorda che le comunità africane spesso svilupparono un ordinamento di tipo gerontocratico, per il quale erano gli anziani, reputati saggi, a prendere le decisioni importanti. Alquanto diffuso, questo ordinamento univa gruppi diversi tra loro, "sostituiva l'autorità verticale dei lignaggi, trascendeva i confini etnici e forniva persino una base di interazione tra gruppi etnici che parlavano lingue diverse". "Il rispetto per gli anziani e le loro usanze era l'essenza del sistema - un atteggiamento che non incoraggiava certo l'innovazione o il cambiamento. Di fatto... era e rimane una forma di organizzazione sociale e politica conservatrice. Ciò spiega perché il tipo di economia agricola, pastorale e metallurgica su cui si fondava rimase immutato tanto a lungo". John Reader continua: "La forza del sistema gerontocratico risiedeva nel compromesso, non nella coercizione. Si estendeva per consenso, non con la conquista". In tale contesto l'aggressività, l'avidità e gli scontri erano scoraggiati e poco probabili, contrari all'economia di autoconservazione prevalente in ambienti già di per sé provanti e ostili. Anche in altri passaggi del testo è sottolineato come, contrariamente ai pregiudizi più diffusi, i numerosi ritrovamenti archeologici attestino assenza di guerre e scarsa aggressività. I primi esseri umani erano per lo più itineranti, raccolti in piccoli gruppi familiari, non conoscevano la proprietà privata né la caccia né l'uccisione premeditata di altri esseri viventi. Secondo le ricostruzioni degli studiosi, si cibavano di quello che trovavano, progenitori in ciò dei nostri probabili progenitori, i Boscimani, raccoglitori, grati alla natura dei sui frutti; non disdegnavano le numerose carcasse di animali morti che incontravano nei loro pellegrinaggi, rompendo le ossa per succhiare il midollo, fonte di grande nutrimento.

Un facile preconcetto, quello che vede i primitivi quali belve feroci. Invero i fautori della guerra come elemento non epurabile dall'esistenza umana non potranno più usare uno dei loro argomenti preferiti. A sostegno delle loro posizioni guerrafondaie infatti affermano che l'uomo, da che è uomo, ha sempre fatto la guerra, ha sempre nutrito intenzioni ostili e guerresche verso gli altri individui. Non è vero! Pare infatti che i primi uomini - e la cosa in Africa durò molto - non coltivassero nessun interesse per questo modo d'imporsi. Qualcuno direbbe che non potevano nemmeno trovarsi nella posizione di coltivare interessi del genere, vivendo in pochi in spazi così vasti. Invece l'autore ci riporta un esempio, neanche tanto remoto, relativo al Delta interno del Niger, dove nemmeno l'accresciuta densità demografica che ad un certo punto si raggiunse incrinò rapporti fra genti diverse improntati alla reciprocità e agli scambi pacifici, pur raccolti in un territorio circoscritto. "Il Delta interno del Niger avrebbe dovuto essere un 'focolaio di ostilità interetnica'. Eppure ciò che distingue la regione durante i 1600 anni di storia documentata non è la frequenza dei conflitti, quanto la stabilità di pacifiche relazioni reciproche". Ciò, avverte Reader, non significa che non vi furono affatto scontri o contrasti; tuttavia questi non si concludevano con la sottomissione dei vinti; il valore della vittoria non era particolarmente considerato; lo scontro rispondeva pur sempre a una ricerca di tipo adattivo, ed era questa, la capacità adattiva, a costituire il valore più importante, l'elemento fondante tanto delle comunità che delle relazioni fra le etnie. Gli accordi interetnici favorivano la sopravvivenza molto, molto più di eventuali battaglie sanguinarie. I primi storici e studiosi europei in Africa (tra i quali anche lo scrittore Joseph Conrad), nella seconda metà dell'Ottocento, riconobbero con candore che i combattimenti tra gli indigeni avevano un aspetto innocuo e conseguenze assai contenute se li si paragonava ai bagni di sangue e ai genocidi che già da secoli flagellavano luoghi come l'illuminata Europa o la moresca Terra Santa.

Né si può tralasciare tutto l'affare sporco della schiavitù e della tratta e dei negrieri - tema a cui il saggio dedica un intero capitolo.

Insomma, in verità siamo noi che siamo tornati al suolo natio come cannibali sociopatici, portando la perversione e la crudeltà premeditata, la sete di sangue, il gusto per la violenza, il godimento autoesaltante del sopruso e della coercizione. Noi che per giunta indugiamo in un altro comodo pregiudizio, come ci ricorda lo stesso autore, e cioè quello di credere che prima del nostro arrivo gli africani fossero come intrappolati in una eterna preistoria da uomo delle caverne, un'immatura infantile incapace progenie dei Flintstones vagante chi nella savana chi nel bush chi nel deserto, imbastendo banchetti di carne umana, ballando al dio sole o alla pioggia carente, tamburi e danze il massimo della cultura e del virtuosismo, eternamente indigeni e come appena partoriti dalla terra. Studi scientifici e ritrovamenti archeologici attestano invece la presenza di comunità agricole e di progressi e conquiste nell'agricoltura, quando in Europa si era ancora poco più che barbari; suppellettili ritrovate in vari siti rivelano un livello di civiltà inconciliabile con il suddetto preconcetto alla Flintstones.

Tra i molti drammi perpetrati dal colonialismo, John Reader nomina di passaggio anche la vicenda degli Herero, un'etnia namibiana vittima di un genocidio poco conosciuto, ad opera dell'esercito degli allora occupanti tedeschi. Un esercito con fucili e cannoni, che sulle pendici e ai piedi del Waterberg ebbe comunque del filo da torcere nello sbaragliare il grosso della popolazione guerriera degli Herero, un manipolo rispetto al numero dei nemici, armati di lance e asce, e di tanto disperato coraggio. Volevano difendere i loro pascoli, l'allevamento rappresentava il nerbo dell'economia e della comunità Herero. Quello che John Reader non narra lo lessi tempo fa su un libro in inglese scritto da un tedesco e dedicato a Samuel Maharero, un capo Herero. Ben prima che i rapporti tra i locali e gli occupanti si guastassero, quando diventò impossibile ignorare la presenza dei tedeschi nelle loro terre (l'area centrale della Namibia), gli Herero decisero di riunirsi a Otjiwarongo per valutare il da farsi. Mentre discutevano, all'esterno dell'edificio dove si trovavano i coloni piazzarono un carro pieno di casse di wiskey - un regalo. Dopo qualche mese ripeterono la generosa donazione per la seconda ed ultima volta. Non ci fu poi più bisogno di simili regali: molti Herero, tra cui anche Samuel, si erano dati all'alcol. Sconfitti sul Waterberg, furono costretti a una fuga decimante verso l'unico infernale approdo "sicuro", il deserto del Kalahari. Morirono a decine nell'estenuante marcia. Altri furono finiti dal rigore del deserto. Pochi sopravvissero.

"Gli orrori dell'Africa sono raccapriccianti esempi di ciò che gli uomini sono capaci di farsi l'un l'altro quando lo sfruttamento a breve termine prende il sopravvento sull'equilibrio a lungo termine, quando la nozione di responsabilità scompare... Le tragedie africane gettano un'ombra sull'intera umanità, perché gli uomini si sono evoluti in Africa e hanno tutto in comune, non ultimo il destino futuro, ora che siamo divenuti consapevoli dei limiti dello sfruttamento globale".

Il saggio di John Reader è davvero molto ricco e dettagliato; riporta peraltro una cornucopia di curiosità e informazioni gustose: dalla funzione della molecola della lattasi, connessa con la tolleranza o meno ai latticini, all'utilità del lardo nella nostra dieta, dalla descrizione di malattie la cui lettura è sconsigliata agli ipocondriaci, ad annotazioni di contenuto geologico, dai diamanti alle visioni-ricostruzioni di un'età antichissima di un pianeta neonato e disabitato, fino ai dinosauri e poi ancora fino a noi, e tantissimo altro ancora.

La visione così ampia, così capace di lontananza, di risalire la curva delle vicende del pianeta, fino alla nebulosa inarrivabile distanza del primo big-bang, dei primi vagiti di formazione di oceani e magma - questo sguardo così alato e a suo modo onnicomprensivo, suscita nel lettore la vertiginosa consapevolezza dell'avvicendarsi delle ere, la prospettiva frastornante di una, due, tre, quattro e più estinzioni di massa - ossia estinzioni totali - permette la visuale di rivolgimenti straordinari e determinanti, capaci di cambiare i connotati al globo, di sterminare, distruggere e ridar vita, altrove o diversamente o nuovamente. Il lettore coglie per un attimo la grandiosità e la fragilità di se stesso e in fondo di ogni cosa, si sente più minuscolo di un barbaglio di polvere in un raggio di stella forse già spenta nell'infinito dell'universo...


Il testo a cui mi riferisco e da cui ho preso le citazioni è: Africa, biografia di un continente, John Reader, Oscar Mondadori, Milano 2003.


Settembre-ottobre 2018